Il mio arrivo a Vancouver: 15 ore di viaggio, il Working Holiday Visa e primi momenti in Canada

La realizzazione di un sogno
Ho desiderato tanto e pianificato a lungo questo viaggio.
Non sapevo cosa fosse, né perché, ma qualcosa mi ha sempre fatto sognare questo momento, finché finalmente non l’ho realizzato.
Per molto tempo ho sentito dentro di me una specie di richiamo verso il Canada, molto prima che si presentasse l’occasione di un progetto concreto come quello che poi ho effettivamente realizzato.
Negli anni ho preso molte strade diverse e nessuna di queste sembrava neanche lontanamente in prospettiva o collegata a questo viaggio. Eppure nonostante tutto, è come se ogni tassello, al momento giusto, si sia posizionato perfettamente su questo percorso.
Ogni cosa andata bene, ma soprattutto quelle andate male, mi hanno portato a questa indimenticabile esperienza. Cerco sempre di guardare con positività quelle cose che mi vanno storte, perché è come se mi portassero sulla mia strada senza che io lo sappia.
Prima della partenza: emozioni inaspettate
Forse, proprio quel “sentirmi sulla mia strada”, ha fatto sì che non provassi emozioni forti, né positive né negative, prima della partenza.
Hai presente quel fremito che ti prende prima di una grande avventura?
Io non l’ho provato.
Non fraintendermi, durante questo viaggio ho provato delle emozioni meravigliose e anche alcune terribili, però mi è mancato quel friccicore iniziale.
Nelle settimane precedenti alla partenza ero impegnata a sistemare tutto: avevo appena terminato il lavoro stagionale come Commis Chef in un ristorante fine dining nel sud Italia e speravo in qualche giorno di riposo. Invece mi sono ritrovata tra valigie, documenti e liste infinite di cose da fare.
Eppure niente ansia, e niente gioia.
Mi sorprendevo io stessa di quanto fossi calma, pronta ad affrontare da sola il mio primo viaggio intercontinentale. Era come se fossi in una specie di limbo delle emozioni, come se paura ed entusiasmo si annullassero a vicenda.
Da Verona a Monaco: il primo passo
Il 15 settembre alle 10 del mattino è iniziato il mio viaggio (non senza qualche lacrima durante gli ultimi abbracci stretti).
Il volo Verona–Monaco è stato breve ma curato nei dettagli: salvietta di benvenuto, acqua e un biscottino che ho saggiamente conservato.
Lo scalo è durato un’ora, giusto il tempo per rendermi conto di quanto fosse grande e affollato l’aeroporto.

Il lungo volo verso il Canada: 10 ore sospese nel tempo
Salita sull’Airbus diretto a Vancouver, ho trovato il mio posto lato corridoio: coperta, cuscino e cuffiette già pronte.
Ero felice, ma continuava a non sembrarmi reale, come se stessi osservando qualcun altro fare quel viaggio, e non fossi davvero io lì.
La mappa sullo schermo segnava oltre 9.000 km di viaggio e 10 ore di volo.
Tra pasti a orari improbabili e qualche ora di sonno, ho guardato qualche film in lingua originale: un buon modo per allenare l’orecchio.
👉 Consiglio di viaggio: alzati spesso per sgranchire le gambe e indossa calze a compressione graduata. Evitano gonfiore e fastidi, soprattutto nei voli lunghi.

L’arrivo a Vancouver: attesa, stanchezza e immigrazione
Alle 18 ora locale sono atterrata a Vancouver, piacevolmente sorpresa di quanto liscio e quasi veloce sia stato il volo.
Era tutto nuovo per me, ogni cosa era la prima volta, ma ho comunque saputo cavarmela.
Dopo le prime procedure alle macchinette automatiche, mi sono diretta all’ufficio immigrazione per richiedere il mio Working Holiday Visa.
Non mi aspettavo così tanta gente. L’attesa è stata di circa due ore, tra persone stanche come me e la speranza che tutto filasse liscio.
Per fortuna, è andata proprio così.
👉 Consiglio pratico: porta con te una cartellina con tutti i documenti richiesti, inclusa una traduzione in inglese delle eventuali prescrizioni mediche. Tenerla a portata di mano riduce lo stress e accelera i controlli.
Una nuova casa che profuma di accoglienza
Finalmente uscita dall’aeroporto con le mie valigie e i miei documenti, mi sono resa conto di stare respirando un’aria che non conoscevo. Ma non avevo il tempo di fermarmi: era ormai tarda sera.
Ho preso il mio primo taxi canadese per raggiungere il mio alloggio. Ad aspettarmi c’erano i proprietari della casa in cui sarei andata a vivere.
Mi hanno accolto con gentilezza e presentato i miei coinquilini: tre ragazzi, presto due, perché uno sarebbe rientrato in Giappone.
Dopo avermi mostrato la camera da letto principale, quella che sarebbe diventata la mia stanza, mi hanno lasciato riposare dopo la lunga giornata.
Così finalmente sono andata a dormire, in un letto nuovo, in una stanza nuova, in una casa con gente mai vista prima, in una città enorme, dall’altra parte del mondo e tutta da scoprire.

Come ho affrontato il jet lag (e cosa mi ha aiutato davvero)
Il fuso orario può essere spossante, mi ci è voluta quasi una settimana per prendere completamente il ritmo del posto, ma ci sono strategie che aiutano davvero.
Nei giorni precedenti la partenza ho cercato di avvicinarmi gradualmente all’orario di Vancouver, andando a dormire e svegliandomi un po’ più tardi.
Ho usato un’app che mi ha guidato su quando prendere un caffè, espormi alla luce naturale o evitarla, in base alla mia destinazione e alla data del volo.
Una volta arrivata, ho fatto il possibile per seguire subito l’orario locale: cena, sonno e risveglio in linea con Vancouver. Questo mi ha permesso di ridurre al minimo gli effetti del jet lag e di adattarmi abbastanza in fretta al fuso orario di 9 ore.
Un inizio sereno e un po’ surreale
Così è cominciata la mia nuova vita a Vancouver: un viaggio lungo ma scorrevole, senza complicazioni.
Non mi sembrava ancora reale. Ma forse i veri inizi sono così: silenziosi.

E voi?
Avete mai affrontato un viaggio intercontinentale? Come avete gestito il jet lag e le emozioni della partenza?